Le tre associazioni principali del settore carni: Assocarni, Assica e Una Italia dicono forte e chiaro «Non ci sto!». Stanche di vedere le rispettive filiere tacciate di scarsa sostenibilità ambientale e i loro prodotti di scarsa salubrità, si sono alleate. E hanno promosso il progetto Carni sostenibili, supportato dal portale web: www.carnisostenibili.it, che è stato presentato ieri a Milano presso l’Expo Gate, assieme al suo simbolo: la Clessidra ambientale, ideale derivazione della piramide alimentare.
Esperti in ambito nutrizionale, medico, di valutazione dell’impatto ambientale e di sviluppo sostenibile incaricati dalle tre associazioni, basandosi sulla più recente e condivisa letteratura tecnico-scientifica hanno affrontato tutti gli argomenti legati al mondo delle carni bovine, suine e avicole, che valgono 30 mld di euro ossia il 16,6% del pil agroalimentare e il 2% di quello complessivo del nostro paese, e sono giunti alla conclusione che la produzione e il consumo di carne sono altrettanto sostenibili di quelli d’ortofrutta.
Se non addirittura più sostenibili. Come si può affermare che le carni siano sostenibili quando per produrne 1 kg è necessario impiegare 15.500 litri d’acqua? Valutandone l’impatto ambientale reale e quindi relativo, non quello teorico ovvero assoluto, è la risposta di Massimo Marino, socio fondatore di Life Cycle Engineering e membro del comitato scientifico del progetto Carni sostenibili.
Ed è qui che entra in gioco la Clessidra ambientale. Ossia la rappresentazione della carbon foot print settimanale d’una persona che s’alimenta seguendo le indicazioni del modello della dieta mediterranea stilate dal Cra-Nut (ex Inran). Dando per assodato che il consumo settimanale di carne di un italiano è di 650 grammi – e Marino ha assicurato che il consumo reale risulta di 85 g. al giorno – e che quello d’ortofrutta è di 6.250 g., si giunge alla conclusione che la produzione e consumo dei 650 g. di carne avrà generato l’equivalente di 7,5 kg di CO2, contro i 6,7 kg di CO2 generati da quelli di 6,25 kg d’ortofrutta.
Ma Marino si spinge oltre, sostenendo che chi rinuncia a mangiar carne per ridurre il proprio impatto ambientale non salverà certo il pianeta, considerato che sono altri i comportamenti rilevanti. Quel che conta veramente, insomma, non è l’alimentazione, quanto il tipo di mezzo di trasporto che scegliamo d’impiegare.
La sostenibilità ambientale delle filiere delle carni, secondo Ettore Capri, altro membro del comitato scientifico del progetto (è direttore del Centro di ricerca Opera per lo sviluppo sostenibile in agricoltura e docente presso la facoltà d’Agraria dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza), è anche frutto del fatto che sono fra le più virtuose. Non soltanto il valore attribuito dai consumatori alle carni fa sì che ne sprechino quantità molto limitate. Fatto 100 lo spreco di cibo di una famiglia italiana la voce carne più pesce totalizza il 6%, contro il 25% degli altri freschi e il 14% dell’ortofrutta. «Dai dati in nostro possesso», aggiunge Carpi, «risulta che il settore carni è il meno soggetto al fenomeno dello spreco anche dal lato della produzione. Ciò per la struttura e l’organizzazione della filiera. Per quanto riguarda, per esempio, il settore primario, l’allevamento ha un tasso di spreco dello 0,14%, rispetto al 0,31% del cerealicolo e al 4,67 dell’ortofrutticolo. E nella fase delle trasformazione sono numerosi i casi in cui i sottoprodotti delle carni sono riutilizzati e quindi valorizzati».
Da: Italia Oggi
Scrivi un commento